Polytropon, PPP, Rita Ceglie

Piccolo Prosimetro della Provvisorietà: vola alta, parola

Car* voi che ci leggete, da giorni siamo al lavoro per proporvi nuovi incontri, nuovi viaggi. Siamo al lavoro alla ricerca di parole sincere e oneste, di storie e persone che con il loro prezioso studio possano stare con noi, portandoci ad aprire lo sguardo, ad accogliere questo come tempo di riflessione attiva e creativa.

Così abbiamo pensato a questa rubrica: PPP – Piccolo Prosimetro della Provvisorietà.

Per noi, ha valore di una chiamata alla Poesia.

Aspettiamo le vostre parole (potete scriverci via mail o sui social).

La Redazione di Polytropon Magazine

Un verso, scrive Antonio Prete, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. È quello che accade in Vola alta, parola, di Mario Luzi, dalla raccolta Per il battesimo dei nostri frammenti (1985):

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza …

La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?

L’allocuzione d’apertura,  rivolta “nel buio della mente” alla parola – che è parola, certo, della poesia, ma anche parola intesa come cifra propria dell’umano – è un invito a manifestare tutte le sue possibilità,  a esprimere l’ampiezza delle sue significazioni (Vola alta, parola, cresci in profondità, /tocca nadir e zenith della tua significazione), a  sospingersi fino al confine del visibile per poter risultare, attraverso la sua dimensione celeste e misteriosa, uno strumento di indagine spirituale senza separarsi , in questa ascensione,  dalla corporeità del sentire, dal ritmo fisico del vivente.

Per questo come esergo d’aperturadella raccolta Per il battesimo dei nostri frammenti, il poeta sceglie il versetto dal Prologo di Giovanni (1, 4): “In lei [la parola] era la vita; e la vita era la luce degli uomini”, così come il suo amato Leopardi aveva aperto  La ginestra con un altro versetto  giovanneo: “E gli uomini vollero le tenebre piuttosto che la luce”: per il poeta recanatese “la luce” permetteva di leggere le “tenebre” di una civiltà che rimuoveva ogni senso della finitudine e si vanagloriava “nelle magnifiche sorti e progressive” ; per Luzi quella parola-vita-luce deve trascorrere ancora  nel sensibile, non deve giungere al cuore delle cose, al  celestiale appuntamento da sola, abbandonando il calore della vita umana, ma deve preservare in sé il “caldo” della vita, o almeno il suo ricordo, e sia “luce e non disabitata trasparenza”.

L’ultimo verso, separato, è un margine alla scena allocutoria: “La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?”: il poeta si chiede se la più profonda natura della poesia sia giungere all’anima delle cose, oppure esprimere la sofferenza delle cose e dell’uomo.

A lettore la risposta.

ARTICOLO DI RITA CEGLIE

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