Chiostri e Inchiostri: la Costituzione eretica di Lino Guanciale

Lino Guanciale chiude la settima edizione di Chiostri e Inchiostri leggendo la Costituzione. Semplicemente. Ed è proprio questa semplicità, mentre intorno alla Carta si moltiplicano riletture interessate, revisioni più o meno confessabili e appropriazioni retoriche, a restituire alla scena il suo significato politico: educare una comunità senza trattarla come un pubblico da conquistare o imbonire.

Il 26 luglio 2026, alle ore 23.30, in Largo Rotolo, nel centro storico di Noci, Guanciale ha affidato la conclusione del Festival al reading “800, 80, 1. La Costituzione, San Francesco, le opere prime: le anime di un festival”. Un titolo che tiene insieme tre forme dell’inizio: Francesco, che rende scandalosa la fraternità; la Repubblica, che prova a rinascere dopo il fascismo; un’opera prima, che cerca una lingua per raccontare un mondo non ancora concluso.

La settima edizione di Chiostri e Inchiostri si è svolta dal 23 al 26 luglio, trasformando gnostre, corti e larghi del borgo antico in luoghi di incontro fra letteratura, spettacolo dal vivo e arti visive. Il Festival si presenta come una manifestazione diffusa, arrivata a sette edizioni, con oltre novanta ospiti, più di dodicimila presenze e una comunità di volontari che ne sostiene concretamente l’organizzazione. I numeri, però, non bastano a spiegare che cosa sia diventato un festival. Misurano la partecipazione, non la qualità della relazione prodotta. La questione è un’altra: che cosa resta quando le luci si spengono, gli ospiti ripartono e il borgo smette di essere un palcoscenico?

La risposta di Guanciale è stata la Costituzione. E leggere la Costituzione oggi significa sottrarla a chi cerca di svuotarla mentre dichiara di rispettarla. Significa difenderla da ogni progetto che recuperi, sotto nomi più presentabili, la grammatica del fascismo: l’uomo solo al comando, l’insofferenza per i contrappesi, la riduzione del Parlamento a intralcio, la rappresentazione delle minoranze come minaccia, la trasformazione della sicurezza in obbedienza. Il fascismo non torna necessariamente vestito da fascismo. Può chiamarsi decisionismo, ordine, disciplina, sovranità senza limiti. Può dichiararsi democratico perché ha ottenuto voti, come se il consenso autorizzasse a comprimere i diritti di chi quei voti non li ha espressi.

Ma la Costituzione non è neutrale. Nasce dalla Resistenza, dalla Liberazione e dal rifiuto della dittatura. Il suo antifascismo non è un’opinione sovrapposta successivamente al testo, né un patrimonio esclusivo della sinistra. È il presupposto storico e giuridico della Repubblica. La Carta fu costruita da culture politiche differenti, spesso in conflitto: cattolici, comunisti, socialisti, liberali, repubblicani, azionisti. A unirle fu il riconoscimento di un limite invalicabile: la dittatura non poteva costituire una delle opzioni ammesse nella nuova Repubblica. Ciò non impedì che molti uomini compromessi con il regime attraversassero senza eccessivi traumi la nascita del nuovo Stato. Il fascismo venne formalmente sconfitto, ma non completamente espulso dalla società e dalle istituzioni. Da questa rimozione discende una parte della fragilità democratica italiana: aver creduto che bastasse promulgare una Costituzione antifascista per rendere antifascista l’intero Paese.

Non bastava allora. Non basta oggi.

La Costituzione vive soltanto se diventa educazione, pratica, dialogo democratico. Se resta una formula pronunciata nelle commemorazioni, può essere rispettata nella forma e demolita nella sostanza. Se torna nelle piazze attraverso una voce che rinuncia a usarla come materiale per un’esibizione attoriale, riacquista la propria natura: non copione, ma patto.

È qui che Lino Guanciale mostra ancora una volta di sapere che cosa significhi educare ed educarsi insieme al proprio pubblico.

Il pubblico, del resto, non è mai semplicemente pubblico. È una parte della polis. Può essere trattato come mercato, massa da intrattenere, insieme di consumatori culturali; oppure come comunità chiamata a condividere non soltanto un’emozione, ma una responsabilità. Il reading è toccante proprio perché non forza la commozione. Non impone alla Costituzione una musica sentimentale. Non la rende più bella attraverso la recitazione: permette di ascoltare quanto siano ancora esigenti parole come dignità, uguaglianza, solidarietà, lavoro, libertà. L’articolo 3 non afferma soltanto un’uguaglianza astratta. Impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà e partecipazione. L’articolo 2 non presenta la solidarietà come una disposizione gentile dell’animo, ma come un dovere inderogabile. Ma c’è anche l’articolo 33: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Non una libertà ornamentale, concessa alla cultura purché resti innocua, ma una garanzia costituzionale contro il controllo ideologico, la censura e l’asservimento dell’arte al potere. È l’articolo che rende il gesto di Guanciale ancora più preciso: un attore legge la Costituzione esercitando la libertà che quella stessa Costituzione riconosce alla scena. E proprio sull’articolo 33, la piazza reagisce con un applauso commosso.

Questi valori non appartengono alla destra o alla sinistra, perché costituiscono il terreno sul quale destra e sinistra possono confrontarsi democraticamente. Ma non sono valori innocui. Chiedono scelte. Impongono di stabilire quali disuguaglianze una società sia disposta ad accettare, quali privilegi intenda proteggere, quali vite consideri degne di essere difese. In questo punto il parallelo con Francesco d’Assisi smette di essere un ornamento suggestivo e diventa il centro più provocatorio del reading.

«Altissimu, onnipotente, bon Signore»: il Cantico delle creature appartiene a un orizzonte storico e religioso lontanissimo dalla democrazia costituzionale. Eppure Francesco porta dentro il proprio tempo un’eresia che quel tempo non riesce a neutralizzare completamente.

Eretico, qui, non è una definizione canonica. È una provocazione necessaria.

Francesco è eretico quando rifiuta di considerare la ricchezza una prova di valore. Quando si avvicina ai corpi respinti. Quando sottrae la fraternità alla predicazione astratta e la trasforma in una condotta radicale. È eretico pur restando nella Chiesa, perché obbliga l’istituzione a misurare la distanza fra ciò che proclama e ciò che pratica.

Francesco non è neutrale. È intransigente. È di parte.

Dalla parte della povertà contro l’accumulazione, della prossimità contro l’esclusione, della cura contro il dominio.

Anche la Costituzione, in questo senso, è eretica.

Lo è per chi considera l’uguaglianza un eccesso, la solidarietà una debolezza, i diritti un costo, le minoranze un fastidio e il dissenso un problema di ordine pubblico. Lo è perché nega che la forza produca automaticamente diritto, stabilisce che anche una maggioranza debba fermarsi davanti alla dignità della persona e impone limiti al potere, anche quando quel potere è stato eletto.

L’eresia che avvicina Francesco e la Costituzione è la disobbedienza all’idea che l’ordine esistente sia naturale. La povertà, la marginalizzazione e la gerarchia fra vite considerate più o meno degne sono il prodotto di decisioni umane. Per questo possono essere combattute da altre decisioni umane.

Ecco perché nel titolo del reading anche le opere prime trovano il loro posto.

Il Premio Chiostri e Inchiostri Opera Prima, promosso in collaborazione con SIAE, è dedicato alle nuove voci della narrativa italiana. La giuria tecnica della seconda edizione è stata presieduta da Nicola Lagioia, con Antonella Lattanzi e Paolo Di Paolo.

A vincere è stata una giovane donna, Ilaria Camilletti, con Ilaria nella giungla, pubblicato da Accento Edizioni: un romanzo d’esordio ambientato a Ostia, dentro un bar multiculturale nel quale la protagonista incontra persone arrivate in Italia da paesi e storie differenti.

Il romanzo ascolta le voci di un paese in trasformazione. Non le osserva dall’alto e non le riduce a una lezione edificante sull’integrazione. Le lascia entrare con le loro lingue, le loro fratture, la loro ironia, le loro forme di cura.

Anche qui la parola decisiva non è tolleranza.

Tollerare significa spesso conservare il potere di stabilire chi possa restare. È una concessione accordata da chi si considera proprietario dello spazio comune. Accogliere è più difficile: significa accettare che l’arrivo dell’altro trasformi anche chi era già presente.

La Costituzione non chiede che le differenze siano tollerate. Chiede che ogni persona abbia pari dignità sociale.

Per questo Francesco, la Carta e il romanzo di una ventenne possono abitare lo stesso reading senza che il legame appaia artificiale. Tutti e tre parlano di una comunità che non esiste una volta per tutte. Deve essere costruita, difesa, corretta. Deve imparare ad ascoltare chi resta fuori dalla propria rappresentazione.

Un’opera prima non è soltanto il primo libro pubblicato da un’autrice. È il rischio di una voce che entra nel discorso pubblico senza avere ancora acquisito tutte le sue cautele e le sue obbedienze. Può vedere ciò che gli sguardi già addestrati hanno imparato a non vedere.

La scelta di premiare Ilaria nella giungla assume allora un valore che va oltre la promozione editoriale. Una giovane autrice racconta un’Italia che deve ancora imparare ad accogliere, non a rifiutare e neppure, con paternalistica generosità, a tollerare. Lo fa partendo da Ostia, da una periferia reale e simbolica nella quale il Paese mostra le proprie trasformazioni senza poterle nascondere dietro il decoro dei centri storici.

Noci, per quattro giorni, ha scelto di ascoltare quelle trasformazioni dentro la bellezza del proprio borgo antico.

È questo il ponte più interessante costruito da Chiostri e Inchiostri: non la semplice convivenza nel programma fra nomi affermati ed esordienti, fra letteratura e performance, fra memoria e attualità. Il ponte autentico è quello che permette alla cultura di tornare a essere una pratica della cittadinanza.

Un festival non è democratico perché apre gratuitamente le proprie piazze. Lo diventa quando non usa quelle piazze soltanto come scenografie. Quando non chiama la comunità a fare numero, ma a prendere posizione. Quando riconosce che la cultura non è un intervallo elegante tra due stagioni politiche: è il luogo nel quale una società decide come nominare se stessa.

Guanciale lo ricorda senza pronunciare una predica. Legge.

E nella sua lettura la scena rinuncia al protagonismo per mettere al centro la polis. L’attore non scompare: assume fino in fondo la responsabilità del proprio mestiere. Sa che prestare la voce alla Costituzione non significa impossessarsene, ma farsi attraversare da parole che appartengono a tutte e tutti, diventarne testimone, agirla.

La conclusione della settima edizione di Chiostri e Inchiostri indica una direzione che il Festival dovrebbe conservare: crescere senza confondere la crescita con l’accumulo; invitare figure riconoscibili senza trasformarle in attrazioni; sostenere le opere prime senza relegarle in una riserva protetta per giovani; attraversare i temi politici e sociali senza ridurli a formule prudenti, buone per non scontentare nessuno.

Una comunità culturale non deve evitare il conflitto. Deve renderlo pensabile, pronunciabile, democratico.

La Costituzione serve anche a questo. Non elimina le parti, ma impedisce che una parte cancelli le altre. Non abolisce il dissenso, ma lo protegge dalla violenza. Non promette una società senza contraddizioni, ma stabilisce che nessuna contraddizione possa essere risolta sopprimendo la libertà e la dignità altrui.

È sana e robusta, la Costituzione.

Eretico era Francesco quando prendeva sul serio la fraternità, agendola. Eretica è una giovane autrice quando ascolta tutte le lingue di un Paese che cambia. Eretica resta la Costituzione per chi sogna, sotto altri nomi, la restaurazione del fascismo.

Bello che un attore abbia scelto di chiudere così: non mettendo in scena la Carta, ma restituendola alla comunità.

Perché il pubblico non è soltanto pubblico. È la Repubblica.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI

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