Carlo Cecchi non era scontroso. Non era umbratile e nemmeno ondivago. Che fatica scrivere di lui al passato. Già me lo immagino sorridere sornione con la sigaretta tra le labbra sottili. “Irene…”. Ricomincio, ricomincio.
Carlo Cecchi non è scontroso. Non è umbratile e nemmeno ondivago. Carlo Cecchi mi ha insegnato che non bisogna dare agli altri sempre e solo ciò che si aspettano. Noi Felici Pochi non dobbiamo niente a nessuno. “Ma che te ne fotte… fai quello che devi. Fai quello che vuoi!”. Non esiste insegnamento più grande e potente nel teatro. Il che significa nella vita. Sono la stessa cosa.
Carlo è luminoso, con gli occhi che lampeggiano come due sacchetti rubati al cielo. Secondo me, Elsa Morante pensava a lui, da sempre, prima ancora di incontrarlo. È successo anche a me. L’ho visto in scena a Verona e ho pensato: è da sempre il maestro che vado cercando. Avevo diciassette anni, poco più, poco meno. Ricordo anche Patrizia Cavalli, tirare Tommaso Ragno per il bavero della camicia “Tommaso, non vino, birra! Devi dire boccale di birra! Shakespeare non parla di vino…”. “Ma infatti… Il boccale ha da essere divino!”. E Carlo, poco distante, sornione che sorride, e mica lo riprende il suo attore. Ma quando mai, l’attore è il padrone del teatro. Perché l’attore ha ragione, sempre, anche quando manomette il testo, perché l’attore ruba tutto, anche quello che è già suo: ne sa l’attore, anche quando non sa di sapere. Perché, prima o poi, a fuori di lavorarsi, l’attore saprà. Carlo ha sempre difeso gli attori. Ha sempre difeso le persone, anche da se stesso. Se ne fotte, poi, di sentirsi dire che è scontroso e umbratile. E i suoi attori, questo, lo sanno. E ricambiano: ho un ricordi, intenso, di Vincenzo Ferrera che in scena scambia con Carlo uno sguardo di una complicità che ho visto raramente. Un carezza delicata con lo sguardo, mentre sotto di loro si spalancava la platea che, dopo poco, Carlo avrebbe apostrofato (non dico come: chi c’era, sa) con lungimiranza (visti i tempi attuali), in un ringhio dei suoi. Era il 2019, un Enrico IV come non ne ho visti mai (né prima, né dopo).
La verità, è che Carlo sa dove e quando mettere le distanze, contro la realtà. La nostra ultima telefonata, tutta giocata su “Addio” di Elsa Morante, è un atto di teatro e di vita bellissimo. “Il mio tempo è finito”, mi ha detto. E io l’ho preso sul serio. Perché Carlo è uno che va preso sul serio, ha la misura per dire la verità che noi piccoli Felici Pochi, senza classe né patito, non sempre troviamo il coraggio di dire. Ci serve come il pane uno come Carlo a noi ragazzetti celesti, ci serve quello che conosca davvero le regole del gioco. Carlo è luminoso, come la proiezione di un sogno, o come un sogno a occhi aperti. A volte ti disarma con un tocco leggero sulla guancia, quando meno te lo aspetti. A Carlo non importa punire l’attrice. A Carlo interessa che tu ti possa trovare in te stessa e fuori. Se vuoi farlo, lo fai. E se no. “Irene, ma che ce ne fotte?”. Tutte le cose che ancora non sapevo di me, me le ha rivelate lui, con una precisione disarmante: una allieva deve rendere giustizia al suo maestro, altrimenti, che allieva è?
La sua non è bellezza. La bellezza è insulsa e insipida, a volte. Carlo è duende. Non ci sarà mai più sulla terra un uomo come lui. Anche nel dirti “No, non mi va oggi, chiamami domani”. E va bene, perché no? La sincerità spaventa. Carlo è sincero, brutalmente, ma è anche autentico. A prezzo di… “Ma che ce ne fotte?”. È l’anarchia dei ragazzetti celesti. Non la si addomestica, non vi permettete. Io già lo so che ora Carlo si mette a ridere, si alza e se ne va. O forse no. Forse rimane qui a raccontarmi ancora di Elsa Morante. Di Antigone. Del coro che va messo in scena, degli errori, anche suoi, perché dagli errori si impara, il teatro è crudele, ma è migliore della vita perché si è sempre in prova. Non esiste la rappresentazione perfetta. Qualcosa di può omettere meglio, qualcos’altro si può dire peggio. “Sì, Irene, va buó… ma ora possiamo mangiare?”.
Carlo mi ha insegnato che esiste solo il presente, perché tra le altre cose, è un fautore della fisica quantistica. Lui crea le cose, le teorie, le idee e le perdite. Non le accenna. “Mi scoccia morire, sai…”. “Carlo, e ci dobbiamo pensare adesso?”. “Ah, che noia… Hai ragione, che noia…”.
Carlo Cecchi non è scontroso, non è umbratile e nemmeno ondivago. Carlo Cecchi è duende, come un piatto di pasta al filetto di pomodo fresco a Napoli, a fine maggio.
Io lo so che i coccodrilli Carlo non li gradisce. Lo so che mi avrebbe detto “Ma che ti viene in mente?”. E, infatti, Carlo, ma come mi permetto? Coccodrilli, no. Tu sei la poesia che il mondo non cambia, sei il capo dei Felici Pochi, razza preziosa e forastica. Che mo facciamo coccodrilli. Ma per carità. L’intimità data in pasto postuma a qualche riga di giornale. Ma siamo mica impazziti.
E quindi, che facciamo? Ci mettiamo a fare un saggio sull’importanza delle persone amate perdute che ti insegnano come se niente fosse a leggere Simone Weil e Elsa Morante, semplicemente dicendoti “Lo vuoi fare, davvero? E fallo!”.
Ma che siamo matti. Non è mica una medaglia al valore essere vivi, noi ci sputiamo su ‘ste cose. Carlo è di Carlo, non di chi ne scrive.
E va bene, Carlo, bando alla noia che è sacra, ma poi rompe pure il cazzo.
E continuiamo.
