Su Parthenope di Paolo Sorrentino hanno scritto praticamente tutte e tutti: è il fenomeno cinematografico del momento (almeno così lo si definisce). E, in effetti, è esattamente questo: un prodotto della cultura italiana borghese di destra e, come già succedeva ne La grande bellezza (2013), il regista cita Céline, giusto per strizzare meglio l’occhio ai nostalgici e a quanti strumentalmente, visti i tempi e gli accadimenti più recenti, lo ritengono funzionale ad una educazione dei giovani ai sentimenti (quasi che i sentimenti si possano semplicisticamente ed immediatamente – cioè senza articolate e complesse mediazioni – educĕre). Ma, sì, lasciamoci andare, cadiamo in basso, o in ginocchio e con le gambe divaricate, giusto per riprendere l’immagine di una delle tante posizioni in cui il regista pone le donne in questa ultima fatica.

Certo, perché con l’illusione di darci in pasto la femmina giovane, bella e disinibita (che però, attenzione!, ci mette sempre un po’ per concedersi, retaggio tutto clerico-fascista della verginità solo da esibire, anche intellettualmente parlando, perché il peccato si fa e non si dice) in realtà Sorrentino ci conferma che il patriarcato non è morto, non lo sarà mai se l’orizzonte da cui ci saluta il futuro è quello visto dai borghesucci arricchiti e viziati che dormono nelle carrozze dei principi. E, infatti, la seducente giovane termina la sua carriera di donna e di istituzione (diventa Professoressa ordinaria di antropologia) al nord, dove può rifarsi una verginità, cancellare e omettere cioè, il passato poco in linea con i doveri della brava femmina di quel patriarcato che di fatto va a confermare riprendendo modi e metodi dei suoi maestri del sud. Prima di partire, però, fa in tempo ad abortire illegalmente il figlio del mafioso (illegalmente, perché è chiaro che l’italiota medio non ha ancora accettato che l’aborto è un diritto dal 1978, quindi, sempre per educare sentimentalmente gli spettatori, la marcatura in sceneggiatura è sull’illegalità della pratica intorno al 1974, quando la protagonista compie la sua scelta) perché, in ogni caso, la maternità è una cosa seria: non si può fare fuori dal legittimo legame matrimoniale e un mafioso va bene solo finché sa esercitare la sua virilità meschina (nelle acque del golfo dice di tremare per l’emozione mentre copula, invece di ammettere che ha freddo in quella posizione, non molto comoda, ma d’effetto, nella notte del 31 dicembre), poi il frutto dell’incauta “fusione” va rimosso (“grande fusione” è anche il nome dell’abominevole spettacolo dei giovani sposi costretti a consumare la prima notte di matrimonio davanti alle cosche al completo, spettacolo a cui Parthenope non si sottrae: tutto fa brodo nell’esperienza, anche la banalità del male, in un costante auto-assolvimento).

Parthenope non è, come il regista vorrebbe farci credere, la metafora di Napoli e il film non gioca su due letture (quella letterale e quella metaforica), ma è monodimensionale e monotono (benché si tenti una struttura episodica e i movimenti di macchina richiamino uno stile smaccatamente pubblicitario). Con Napoli questa storia non c’entra niente: Parthenope è, sì, un mito, ma il mito di donna-sirena sorrentiniano, ascrivibile quindi solo all’immaginario dell’autore (non si cerchi dunque l’universalità, né tantomeno è il caso di leggere il passaggio del personaggio da Celeste dalla Porta a Stefania Sandrelli come un omaggio a Io la conoscevo bene di Pietrangeli che nel 1965 ebbe tutto un altro senso, decisamente anticonformista, che conserva ancora oggi). E, non a caso, la protagonista si muove lentamente (passeggia come tutti i sopravvissuti disincantati di Sorrentino) tra parodie di eminenze e di simulacri, di dive decadute e decadenti, passa da una festa all’altra, incontra l’immancabile scrittore omosessuale di successo e alcolizzato o di successo perché è alcolizzato e omosessuale, queste sono sfumature di stereotipo poco rilevanti (ma, in ogni caso, l’interpretazione di Gary Oldman è superlativa, insieme a quella di Silvio Orlando, il professore di antropologia, che è sempre di una misura toccante). La sirena di Sorrentino non è l’espressione del popolo napoletano, anzi: è l’espressione della borghesia più “balorda” (come ama sussurrare sarcastica proprio lei, “che idea balorda”, quando viene vestita, come un manichino, delle perversioni dei maschi da cui si fa possedere illudendosi di tenere le redini del gioco manipolatorio).
Tutto già visto, tutto già sentito: persino la noia di certe sequenze. Era già tutto previsto, in effetti, sin dalle prime scene del film, quando si comprende che il padrino della protagonista (partorita nelle acque di Posillipo) è la parodia di Achille Lauro (noto armatore e politico monarchico-nazionalista detto “’O Comandante”, che fu anche sindaco di Napoli).

Ma un dettaglio in particolare risulta davvero intollerabile quando il film si conclude con l’ennesima autocitazione (i tifosi, l’allusione alla vittoria del terzo scudetto del Napoli, per carità, si faccia festa, ma l’allusione risulta stucchevole).E il dettaglio insopportabile è che Parthenope (il film, non la protagonista in sé, che non regge il confronto con la magnetica e potentissima Isabelle di Eva Green) sembra essere il remake alla maniera della borghesia di destra di The Dreamers (2003), uno dei capolavori di Bernardo Bertolucci.
Anche in The Dreamers, infatti, c’era il triangolo amoroso-erotico dei due giovani maschi attratti dalla giovane donna e anche in questo caso uno dei due maschi era il fratello incestuosamente legato al corpo e alla mente della protagonista. Anche in The Dreamers si cominciava con una sigaretta, ma c’è un elemento che Sorrentino si compiace di eliminare e che, invece, era al centro del discorso di Bertolucci (lucido e onesto). La rivoluzione: mancata, fallita, ma pur sempre viva, feroce e dolcissima, pur sempre rivoluzione. Il 1968 passa, come passano gli Anni di Piombo e Parthenope non se ne accorge, proprio come nel 1989 non coglie nemmeno il movimento studentesco delle pantere perché Sorrentino opta per una cesura netta, catapultando la sua sirena nel 2023: quindi via, la si fa entrare nel mondo accademico, ma perché le spetta per diritto di nascita, il suo mirabolante talento o il suo essere colta non contano. Conta, se mai, quanto si faccia cogliere dal maschio di potere di turno. Eppure il regista ci dice che le sue intenzioni sono quelle di mostrare una Napoli-mondo. E a Napoli, la patria di Eduardo De Filippo e di Enzo Moscato, ma soprattutto, quella di Masaniello e di Eleonora de Fonseca Pimentel, quella della Liberazione dal nazifascismo, volete davvero farci credere che dal 1950 in poi la rivoluzione non s’è manco sentita per sbaglio?

Il film di Sorrentino piace e piacerà, soprattutto alle destre: ne incarna pienamente l’amaro sguardo ipocrita sul mondo che tutto omologa e tutto abusa quando non può appropriarsene e quando non può fagocitare l’intima essenza del mistero. Mistero che, in questo film, manca completamente a causa del tratto didascalico di alcune sequenze (quella d’esordio e il finale tra tutte, ma anche quella con l’attrice dotata di parrucca rossa Greta Cool, parodia di Greta Garbo e Sophia Loren, interpretata da Luisa Ranieri), così come manca il miracolo. Persino quello legato al Sangue di San Gennaro, abusato da un immaginario che non mistifica, ma, a tratti, manca semplicemente di rispetto al culto (che si creda o meno, ciò è irrilevante, conta il fatto che Sorrentino riprenda la blasfemia clerico-fascista e la faccia propria inquadrandola compiaciuto, almeno questo è ciò che traspare guardando il suo film).
Del resto, miracolo e mistero sono banditi anche dalla protagonista stessa, come corpo e come intelligenza (sarebbe lo stesso, ma il film ci tiene a dirci che corpo e mente sono separate, è il discorso implicito che ne regge la tesi): tutti non fanno che chiederle “a che pensi?” (lo fa anche Facebook, no? Ci chiede sempre “a cosa stai pensando?”, almeno nella versione italiana la domanda del social suona così) e lei non risponde mai, languida, ammicca. Parthenope pensa a tutto, cioè a niente: perfettamente in linea con lo stereotipo della fanciulla che si perde e confonde l’italico maschio virile. Perfettamente in linea con il vetusto Céline che dovrebbe servirci come monito gnomico per ricordarci che “la vita è enorme e ci si perde dappertutto”. Certo, poi, se chi si perde corrisponde al canone estetico del bello contemporaneo, rappresenta l’agiata classe borghese con velleità nobiliare (Parthenope è una Di Sangro, e il fratello incestuoso e suicida si chiama Raimondo come il VII Principe di Sansevero) e non pensa (cioè, non attiva processi di pensiero e non ha la forza di compiere critica e autocritica individuale e di classe, ma procede grazie alla capacità di manipolare il prossimo a proprio vantaggio), è chiaro che ci si perde, addirittura fisiologico. Direbbe qualcuno, che però dai fascisti fu rinchiuso in carcere, che il mondo è grande e terribile, ma solo finché non si compie lo sforzo di ascoltarsi e di chiedersi “come sta il cervellino”?

I personaggi sorrentiniani non conosco sentimenti: nemmeno quello meraviglioso e talvolta opportuno della vergogna e mistificano struggendosi nell’evitamento. Ecco perché piacciono tanto alla nostra borghesia patriarcale e reazionaria. Rosa Luxemburg, che si conosceva e non temeva il mondo grande e terribile (anzi, lo sfidava forte della sua bellezza e intelligenza totali perché fuori dalle categorie delle destre europee), lo seppe dire molto meglio di me: “Non posso insegnarvi a essere umani”. Figuriamoci se può farlo questo cinema, ridotto a trastullo dei capitalisti e autocelebrazione narcisistica di una classe borghese che non vuole ammettere di essere ciò che è: rigurgito di un passato antidemocratico che fissa l’altro, il diverso, con l’ansia perbenista, proprio come lo sguardo paternalistico che Parthenope riserva ai sottoproletari, commossa (bontà sua) da tanta miseria, mentre segue il mafioso appena rimorchiato nei vicoli più poveri di Napoli, ammantata del suo nuovo rango di concubina eletta per una notte. Il compiacimento dello sfacelo, della doppia (tripla, quadrupla, molteplice) morale, il rifiuto della realtà e l’incapacità di uscire dai tracciati stereotipati fingendosi avanguardisti, ecco, questo è il narcisismo dei nostri tempi. Patologico, come lo sono tutte le forme di falsa coscienza, che sia individuale o di classe, a questo punto, è la stessa cosa. Parthenope assurge a manifesto della nostra contemporaneità, tutta slogan, motti pubblicitari, e diseguaglianza sociale. Ah, certo, c’è anche il patriarcato: soprattutto, c’è il patriarcato esercitato dalle donne.
Ma era già tutto previsto, no? Come era previsto che i borghesi di destra non sapessero più godere del sesso che dovrebbe essere, naturaliter, l’arte della gioia.
