La prima delle due serate dell’11 edizione del NociCortinfestival è densa di incontri e di visioni, i sei cortometraggi in concorso sembrano legati da due temi: la pervasività del concetto di performance a cui si assiste nei programmi televisivi e sui social e la violenza, cioè quella forma di prevaricazione sui corpi che si possono vendere e comprare secondo la logica neoliberista che, però, si radica nelle tradizioni (o dovremmo dire identità?) imperialiste e colonialiste dei secoli scorsi. Tra i sei selezionati Room taken di TJ O’Grady – Peyton conquista il Premio della Giuria (presieduta da Lino Guanciale e composta da Anna Pavignano, Antonio de Palo, Vincenzo Filippo), il Premio degli Studenti e il Premio del Pubblico Woom Italia. Non stupisce: il cortometraggio è un gioiello per composizione, regia e fotografia e, soprattutto, per la recitazione toccante dei due protagonisti che fanno dell’alterità un manifesto gioioso nonostante i due personaggi affrontino diversità sociali e politiche che potrebbero essere scoraggianti. “Sarà una lunga serata” mi dice il presidente di NociCinema, Associazione promotrice del Festival “e domani proietteremo i lavori dei giovani che hanno partecipato a TagliaCorto, il campus per la città: vogliamo creare questo spazio culturale con la comunità, non solo per la comunità” e, in effetti, l’auspicio è che l’idea di co-creare il Festival esca dai confini della cittadina, coinvolgendo sempre di più il territorio pugliese e nazionale, le premesse ci sono tutte. Per quanto densa di incontri, la conduzione è impeccabile: il giornalista e critico cinematografico Maurizio Di Rienzo con la sceneggiatrice Anna Pavignano ripercorre la carriera di Massimo Troisi che, proprio nella ex piscina comunale dove ora si anima il Festival, portò “La smorfia” negli anni Settanta: sono passati trent’anni dall’ultimo battito, eppure il cuore indomito dell’attore e regista napoletano continua a trovare i nostri come riserva, quaggiù qualcuno lo amerà sempre, parafrasando il titolo del documentario che Mario Martone gli ha dedicato. Di Rienzo conduce anche l’incontro con Guanciale e il duetto si fa intenso nel ricordo di Gigi Proietti, Ennio Fantastichini, Alessandro D’Alatri. Il cinema, come anche quelli che una volta chiamavamo “sceneggiati” per la televisione e che ora sono “serie”, che cos’è se non un dialogo tra noi e il nostro passato, quindi tra noi e chi c’è stato? E l’attore sa che per continuare a crescere bisogna sperimentare, cambiare prospettive e scegliere progetti coerenti con sé stessi, ma sfidanti; il suo consiglio per chi comincia è di mettersi sempre alla prova, coltivando tutte le possibilità che la vita, umana e professionale, ha da offrire. Abbiamo chiesto a Lino Guanciale di raccontarci questa esperienza in Giuria e il suo sguardo sul territorio pugliese.

Mi sembra di capire che questo Festival sia pensato prima di tutto per le nuove generazioni. Che valore ha, per te che sei nel pieno delle tue potenzialità e forze attorali, essere un esempio per i più giovani?
Lo spirito è senz’altro questo ed è il motivo per cui ho detto “sì” con slancio alla proposta di Vincenzo De Marco di essere qui come presidente della Giuria, mi fa piacere che mi vengano proposti progetti che rientrano nella mentalità che ho da sempre, che è quella dello scambio di esperienze. Non importa a che punto della carriera sei, quello che importa è scambiare le esperienze, i vissuti umani e professionali: c’è sempre da imparare da tutti e dal vissuto di tutti. Poi in questo Paese nostro in cui si è giovani fino a che, come diceva Arbasino, o diventi “venerabile maestro” o “emerito stronzo” [ride, n.d.r.] penso di essere ancora annoverabile tra chi sta in una fase di maturazione, anche se penso mi ci sentirò fino alla fine…
Forse è proprio questo il modo per cambiare l’idea o il concetto di “giovane” culturalmente…
Sì, culturalmente è importante che nel nostro Paese si vinca la resistenza che abbiamo a considerare giovani quelli che lo sono davvero da quando lo sono davvero… penso al contesto del video making: oggi ci sono ragazzi di diciotto, diciannove anni che sono in grado di fare cose mirabili e poi la “iuventus”, come dicevano i latini, dura fino a che la maturità non si innesca, per cui ci sono dei bei 20-25 anni in cui uno se la può godere in termini professionali, poi quello che è importante è avere la filosofia dell’apprendistato che non finisce mai: questo ti mantiene giovane per tutta la vita.

A proposito di prospettiva per tutta la vita: la percezione è che la Puglia stia diventando un laboratorio per i mestieri del cinema, per la sperimentazione, qual è la tua impressione considerando questa esperienza di NociCortinfestival?
Sicuramente la Puglia si è attestata come uno spazio di elezione per chi si occupa di audiovisivo, in particolare per la politica che Regione e Film Commission sono riusciti a innescare qui da ormai 15-20 anni. Quello che è molto bello è che dopo tanti anni di lavoro virtuoso si sia avviato un meccanismo culturale per cui chi fa un mestiere legato all’audiovisivo è considerato un lavoratore. Cioè i lavoratori dello spettacolo vengono considerati tali lì dove si ha l’abitudine di considerare il loro come un lavoro: in questa Regione succede perché si è creato quell’humus culturale per cui la cultura non è sentita come un fatto elitario, ma come un dato permanente che riguarda tutti. Rispetto a cinema e televisione si è stati sicuramente efficaci qui, lo dico anche come piccolo produttore (mi occupo di cortometraggi in questo momento), e si sa che qui è possibile trovare ascolto. Sarebbe il caso che questo modello, che anche in altre Regioni sta cominciando a prendere piede, diventasse di scala nazionale.
Cosa pensi quindi si possa fare in termini di formazione in Puglia?
C’è sempre da fare moltissimo, il Sud Italia in generale patisce una carenza di strutture da questo punto di vista. Ed è paradossale perché la carenza strutturale non collima con la presenza di personale competentissimo sia dal punto di vista artistico che di maestranza, nei comparti tecnici il livello di professionalità è molto alto. In territori come questo che non ci siano anche dei poli formativi all’altezza è un po’ spiacevole… perché il movimento produttivo si basa su un sistema per il quale chi viene da qui, è nato qui, si forma altrove e poi magari ritorna in Puglia per lavorare. Per carità, uno non deve nascere, vivere, chiudere la sua esistenza solo in un posto. Però favorire la nascita di poli formativi all’altezza mettendo a disposizione risorse e strutture favorirebbe moltissimo ragazze e ragazzi che magari i mezzi per andare subito fuori per formarsi non ce li hanno. Avere strutture per la formazione in Puglia implementerebbe molto lo scouting dei giovani talenti.
