Franco Piersanti e l’incanto della sua forma nuova di concerto

“Non mi interessano gli applausi, vorrei ascoltare le vostre domande” così Franco Piersanti ha aperto il suo concerto Vi racconto come ho scritto musica per il cinema. Ma, in realtà, non si limita a raccontare: il palco del Teatro Abeliano di Bari sembra diventare il suo studio quando il maestro si siede al pianoforte e suona per noi il tema della Pioggia di Siccità (Paolo Virzì, 2022). Così non siamo più semplici spettatori privilegiati, ma abbiamo la possibilità di diventare suoi apprendisti. La scenografia minimalista permette di concentrarsi su di lui, su come dirige i musicisti del Collegium Musicum (ne è direttore artistico il M° Rino Marrone), su come gestisce la loro timidezza con un gesto semplice, ma concreto.

Ecco, la delicatezza e la profondità, tutto il Novecento – pensando soprattutto a Stravinskij, Britten (che incantò Ermanno Olmi), Šostakovič, Bartók e Berg, Schönberg senza dimenticare Janáček – che si fa segno pieno e viene filtrato nella purezza di uno stile compositivo che tende sempre ad aprirsi, a non rimanere mai ancorato al facile gioco di rimbalzo del tema principale. Proprio l’ossimoro può essere una chiave per comprendere la complessità e per smettere, finalmente, di temerla. Stanno in dialogo tra loro gli strumenti in questa musica, del resto, e così dobbiamo porci. “Non voglio riproporre il solito schema per cui ci si siede, si ascolta il concerto e poi si va via” ci spiega il maestro. E, in effetti, questa è una scelta tanto innovativa quanto educativa, ma all’inizio le domande del pubblico si fanno aspettare. Nessuno è abituato ad ascoltare sé stesso nell’atto incerto del domandare, nessuno è abituato ad essere ascoltato davvero con tanto interesse da un maestro: proprio per queste ragioni l’ipotesi di concerto, come la definisce Piersanti, è un’occasione preziosa, è ciò di cui abbiamo bisogno oggi. Un disperato bisogno, solo che non ne siamo neanche del tutto consapevoli perché la musica oggi è merce, o peggio una nicchia per pochi, per quei pochi che possono permettersela come hobby, nel disimpegno che è persino promosso, spesso, dalla pedagogia accademica.

E invece Piersanti propone una sfida e raccoglie un bisogno che, forse, nemmeno i Conservatori e le Università riescono più ad affrontare: educarci alla musica come “rito culturale”, per dirla con Pasolini (1968), significa cominciare a pensare alla grammatica trascritta su uno spartito come a un linguaggio comune che tutti possono imparare a conoscere e capire, non solo per adesione istintiva ed emotiva, ma proprio come strumento per comprendere la realtà e condividerla con gli altri e, così, per metterla in discussione.

“Ogni regista ha il suo codice, noi compositori dobbiamo trovarlo. Pensate a come Bernard Hermann è riuscito a doppiare con la sua musica il rumore delle coltellate nella doccia di Psyco (Alfred Hitchcock, 1960): in quel momento il suono rimanda agli uccelli spaventati, quelli che abbiamo visto impagliati nello studio del protagonista all’inizio del film. Forse nemmeno Hermann era consapevole di questo processo, però è ciò che accade quando si lavora alla musica per un film. Nanni Moretti ha prodotto La seconda volta di Mimmo Calopresti (1995) e io trovai un suono per dare l’idea della pallottola conficcata nella testa del protagonista durante il film, è la storia di un professore che incontra la giovane terrorista che ha tentato di ucciderlo dodici anni prima” spiega Piersanti, la sua diventa anche una lezione di Storia del cinema.

Il maestro aspetta, è paziente, le domande arrivano quando il concerto volge al termine, quando il tempo insieme sta per terminare e allora la separazione è inevitabile: è il sintomo, questo, di quanto sia profondamente politico e democratico questo modo nuovo di incontrare il pubblico che Piersanti ha pensato con lungimiranza e sapienza di didatta. Politico perché si rivolge effettivamente alla polis, la rimette al centro e la costringe a riprendersi la responsabilità del vivere in comune. Democratico perché nessuno è escluso o considerato soltanto un ascoltatore passivo. Si impara l’attesa nel confronto, si impara che per attivare un processo reciproco e condiviso bisogna darsi tempo.

Certo, questo è solo l’inizio e ci si augura proprio che questa sperimentazione continui, che sia possibile portare anche in altri contesti e in altri spazi questa occasione di incontro.

Ogni tanto dalla città arrivano fino in teatro gli scoppi di qualche petardo, è Halloween pure a Bari (quello americano e consumista che diventa l’alibi perfetto per sfogare la violenza su persone e cose, come se esistesse poi davvero un alibi alla violenza). Queste piccole esplosioni rimbombano in modo così lugubre e fanno tremare l’aria come un ammonimento continuo. Piersanti infatti ci ha ricordato, proprio nel darci il benvenuto a questa serata insieme, che siamo privilegiati, altrove è guerra.

“Quante verità possono esserci in una cosa sola?” chiede a noi il maestro. Ci aveva rivelato, mentre il pubblico cominciava già a prendere posto, quanto sia importante per lui che “si possa esprimere il palpito delle cose”. Così, senza rispondere ancora a questa domanda – tanto importante adesso – noi aspettiamo i suoi prossimi incontri, curiosi di scoprire con lui, di volta in volta, quale incanto produrrà questa forma nuova di concerto che ha pensato per noi e che deve continuare, assolutamente, a sperimentare con noi.

ARTICOLO E FOTO DAL BIF&ST 2023* DI IRENE GIANESELLI

FOTO DAL CONCERTO DI VITO SIGNORILE

* In copertina il Maestro Franco Piersanti riceve il Premio Ennio Morricone come Miglior Compositore da Enrico Magrelli e Rino Marrone sul palco del Teatro Petruzzelli di Bari il 1 aprile 2023.

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