In memoria di Guido Bulla

E tu dove vai, / là ormai non c’è che fumo e fiamme! / − Là ci sono quattro bambini / d’altri, / vado a prenderli! // Ma come, / disabituarsi così d’improvviso / a se stessi? /
al succedersi del giorno e della notte? / alle nevi dell’anno prossimo? /al rosso delle mele? / al rimpianto per l’amore, / che non basta mai? […] // Conosciamo noi stessi solo fin dove / siamo stati messi alla prova. / Ve lo dico / dal mio cuore sconosciuto.

Wisława Szymborska da “Appello allo Yeti” (1957), Libri Scheiwiller, 2009 trad. it. Pietro Marchesani

Prima o poi riuscirò a scrivere un articolo accademico sulla pratica didattica di Guido Bulla: avrei voluto essere una sua allieva, ma ho solo avuto la fortuna di cominciare a studiare attraverso i suoi scritti che cosa significa tradurre e mi ha incantato il suo modo di restituirci Orwell e Shakespeare. Grazie a sua moglie Fulvia de Persis, una delle donne più coraggiose e potenti (nel senso più illuminante e accogliente del termine) che abbia mai incontrato, ho potuto intervistare alcuni dei suoi allievi. Pochi, in effetti, troppo pochi per offrire una ricognizione scientifica della sua pratica didattica secondo i criteri della ricerca qualitativa, ma non così pochi da non capire quanto sia immensa l’eredità che Bulla ci ha lasciato.

Secondo le testimonianze di questi allievi, infatti, Bulla è (assurdo pensare di usare un tempo coniugato al passato) l’incarnazione del docente in grado di offrire attraverso il proprio corpo il senso delle sue lezioni, lezioni che hanno valore per la vita, non solo per l’esame di profitto. Era un didatta performativo, come pochi ne esistono oggi. Cosa intendo? La sua era una pedagogia agita, non parlata, per dirla con Santelli Beccegato, militante. Guido Bulla si prendeva la scena, ma non pontificava mai, né si permetteva di giudicare i suoi studenti, esprimeva e trasmetteva concetti complicatissimi rendendo lo sforzo appassionante e denso di significati: cantava e suonava la chitarra (ogni tanto posso godere delle sue lezioni registrate, sempre grazie a Fulvia de Persis) e intanto insegnava a capire il valore del suono nel linguaggio, il ritmo, la metrica e quello che Vigotskij chiamerebbe “il sottotesto” del pensiero espresso dal poeta o dall’intellettuale che stava analizzando a lezione. La forma è il contenuto e Bulla usava sé stesso come cassa di risonanza, come strumento per fare apprendere i suoi studenti. Ascoltando le testimonianze dei suoi allievi ho capito che aveva un metodo e sapeva come usarlo: lui era il suo corpo gettato nella lotta, pasolinianamente, a rincorrere il vento (proprio come il titolo del suo romanzo postumo). I suoi allievi ricordano la sua ironia empatica, quella che sapeva sfoderare per recuperare un tesista che non riusciva a laurearsi o un giovane traduttore rimasto impigliato in un costrutto troppo complesso o persino troppo semplice da sciogliere. Era lui, ribelle e consapevole, mite e appassionato a fare una telefonata decisiva, a richiamare gli allievi incostanti per un colloquio: dove siamo rimasti? Perché non andiamo avanti?

Nessun giudizio: il corpo che lotta, la pedagogia agita, non hanno tempo da perdere in chiacchiere autocelebrative per il solo gusto di umiliare chi si trova nella spinosa posizione di dipendenza e subalternità nell’apprendimento. Andiamo avanti, torniamo a rincorrere il vento: è faticoso, ma bisogna pure sognare. Bulla insegna ai suoi studenti come ci si concentra anche solo su una singola parola: il testo è tutto. Ma conta anche che chi studia impari a pensare con la propria testa: i suoi allievi ricordano persino come si svolgevano gli esami e riescono a rievocare l’emozione nel sentirsi chiedere per la prima volta (spesso l’ultima) “Ma tu cosa ne pensi? Qual è la tua idea?”. La voce degli studenti come inesauribile fonte di scoperta, la postura euristica e socratica, il rigore metodologico e la fatica del lavoro, ma soprattutto il piacere di conoscere, l’esempio del sapere vissuto nel corpo per poterlo restituire alle generazioni successive. La pipa e i caffè lasciati in sospeso, il sorriso sornione e accogliente, il talento di giocare pure con l’ombra (il suo primo film si chiama proprio Un posto all’ombra), l’affascinante capacità di tessere vite come reti, con l’attenzione e la cura per le maglie: mai troppo larghe, mai troppo strette. A Guido Bulla forse questo articolo non piacerebbe, parla troppo di lui (ma non oserebbe mai parlare per lui), eppure può farlo perché è rimasto una presenza gentile e onesta nelle vite dei suoi allievi: proprio come gli appunti delle sue lezioni, che ancora li accompagnano, presi nelle aule de La Sapienza a Roma, in giro per il mondo. Sempre a riconcorrere il vento, sempre fuorisede come è il posto di tutti i militanti che scelgono la vita e le persone agli algoritmi e ai rapporti di convenienza.

Non ho incontrato Guido Bulla, la sua morte il 25 ottobre 2015 mi ha tolto occasioni, non ho potuto essere una sua allieva. Eppure, è il maestro di cui avrei, avremmo bisogno: non sa niente del mio cuore sconosciuto di ricercatrice, ma sembra che lo conosca da sempre.

ARTICOLO DI IRENE GIANESELLI 

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.