Pubblichiamo gli elaboratori vincitori del Premio Internazionale di Critica Cinematografica Vito Attolini 2023. GIORGIO AMADORI (2001) da Milano è vincitore della sezione recensione Under 35 con “Cinema magistra vitae: Les Pires di Lise Akoka e Romane Gueret” per il tema “Pedagogia e didattica”.
Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi
dell’infanzia. (François Truffaut, Professione cinema. Interviste Inedite)
Enfin le cinéma! – E Infine il cinema! è il titolo della mostra sul cinema delle origini che per buona parte del biennio 2021-2022 è stata accolta all’interno del Musee d’Orsay di Parigi. Girando tra i reperti d’archivio nelle sale dedicate del museo parigino, è possibile interrogarsi su cosa sia effettivamente il cinema, su quali siano le sue potenzialità nel raccontare il mondo che viviamo, quanto sia effettivamente in grado di mostrarsi specchio della realtà e strumento di formazione e di crescita. Difficile avere una risposta univoca per un discorso così ampio, tuttavia è lecito porsi lo stesso tipo di domande una volta terminata la visione di un film del calibro di Les Pires, vincitore del primo premio nella sezione Un Certain Regard alla 75esima edizione del Festival di Cannes.

L’opera prima della coppia di ex direttrici casting Lise Akoka e Romane Gueret offre un’importante
riflessione proprio sugli indefinibili confini del rapporto tra arte e vita, tra cinema e realtà. Attraverso
un linguaggio quasi documentarista, le due registe francesi mettono in scena un racconto sulla
periferia della cittadina di Boulogne-sur-Mer. Il film, però, rifiuta i canoni dell’indagine sociale,
sublimandone gli intenti e restituendo allo spettatore una storia umana, che parte dagli ultimi per
arrivare all’universale.
Protagonisti della vicenda sono, per l’appunto, Les pires, i peggiori, coloro che nell’odierna società
occidentale, demograficamente sempre più anziana, rappresentano gli ultimi. E chi se non i giovani,
per di più poveri, per di più problematici? Questi ragazzi hanno, tutti, un passato difficile, una famiglia
assente, un futuro già scritto. Ecco che “fare un film” potrebbe rivelarsi per loro una seconda
opportunità, ma soprattutto un’occasione per fermarsi e riflettere sul proprio “personaggio”. Il
cinema, o meglio, fare cinema, diventa un allenamento decisivo per affrontare i dubbi, il dolore, la
rabbia. In questo senso, l’opera di Akoka e Gueret sembra essere debitrice nei confronti del cinema di François Truffaut di cui le registe raccolgono sia lo sguardo soggettivo sull’infanzia, intriso di
amore e nostalgia, de I quattrocento colpi, sia il grado di riflessione meta cinematografica portata dal
maestro francese in Effetto Notte.

In particolare, la riflessione sul cinema si sviluppa attraverso tre livelli di lettura. Il film parla due
volte di sé poiché gli stessi attori e attrici, presi dalla strada, recitano due volte il proprio ruolo, nel
film e nel meta-film rappresentato. Ma “recitare”, in questo piccolo grande film, diventa un’azione
che si sovrappone completamente al “vivere”. I protagonisti sono invitati ad affrontare ciascun ciak
con naturalezza, rifacendosi alla personale esperienza di vita ma acquistando la consapevolezza dei
propri gesti, delle proprie emozioni. Akoka e Gueret esplicitano la pratica cinematografica intesa
come esperienza di condivisione e presa di coscienza di se stessi. Una terapia condivisa tra tutti gli
interpreti coinvolti nel processo di produzione e fruizione. Emblematica, in questo senso, è la
sequenza di chiusura della pellicola con il grande fermo-immagine del piccolo protagonista che
finalmente versa delle lacrime, troppo a lungo represse.
Al di là delle (giuste) riflessioni che possono essere fatte sulla dimensione più concettuale di un
progetto sicuramente manchevole da tanti punti vista e che, forse, sottovaluta le implicazioni legate
al linguaggio espressivo utilizzato per rappresentare una condizione di marginalità, sarebbe ingiusto
non considerare la natura più genuina ed essenziale di Les Pires. Probabilmente, il piccolo film
realizzato da Akoka e Gueret non conduce un’elaborata riflessione meta cinematografica ma sembra
suggerire una personale e suggestiva visione sui poteri terapeutici, formativi e salvifici, raramente
esplicitati nel passato, del “fare cinema”.
