Teatro nero: l’illusione del buio

La luce, sulla scena teatrale, ha da sempre goduto di un peso non indifferente nella costruzione di un senso che non fosse solo di tipo estetico. Quando le si è attribuito il ruolo autonomo di linguaggio vero e proprio, è diventata determinante per la nascita del teatro di regia, nel contesto di una scena che non ha più bisogno di un testo per esistere ma che può esprimersi addirittura anche senza parole. Chiunque lavori con la luce è cosciente del fatto che questa forma complessa di linguaggio non può esistere se non in relazione alla presenza di un alter ego come l’ombra che ne delinea i contorni definendo i volumi di ciò che appare. Nel moderno teatro di regia si comincia già con Appia a dare un senso alla presenza dell’ombra sulla scena e a definire cosa debba essere in luce e cosa debba non apparire, attribuendo, quindi, un significato anche a ciò che non si vede.

Una forma di teatro decisamente affascinante è il teatro nero per l’illusione di trovarsi di fronte ad una scatola buia in cui gli elementi in scena sono essi stessi fonte di luci e colori. Nel teatro nero ciò che non appare è ugualmente strutturale, nascosto alla vista dello spettatore ma allo stesso modo necessariamente importante. Questa tipologia di messinscena nasce in oriente, in Cina, e poi si diffonde in Giappone dove sposerà la tecnica delle marionette. Nelle prime forme di spettacolo il principio della luce che proietta l’ombra su di una superficie permetteva di realizzare giochi d’illusione ottica. In realtà, il teatro della luce nera affermerà la sua connotazione specifica solo nel secolo scorso, precisamente negli anni Cinquanta, dopo l’invenzione della lampada wood per mezzo della quale sarà possibile creare una tipologia di illuminazione del tutto particolare. George Lafay è considerato il padre del teatro nero moderno in quanto fu uno dei primi a sperimentare l’utilizzo della luce ultravioletta nel contesto del buio più assoluto, dove l’intero ambiente scenico deve necessariamente essere costituito di stoffe nere o dipinto di nero per far sì che la luce non sia riflessa in alcun modo ma generi le colorazioni prestabilite, colpendo i costumi degli attori al momento opportuno e ricreando delle colorazioni fluorescenti. La luce in questo genere di messinscena, al contrario di quanto accade nel teatro tradizionale, non aggiunge visibilità agli elementi sulla scena ma al massimo ne sottrae la presenza fisica generando l’illusione che tutto ciò non si vede, effettivamente non ci sia e dunque non esista. Il principio alla base di una tale magia è determinato dal fatto che gli attori sono vestiti di nero, indossano una maschera nera ed un paio di guanti, cosa indispensabile affinché qualunque movimento non sia percepibile ma si annulli nel buio più assoluto, lasciando spazio solo agli elementi scenici o alle parti dei costumi dipinte di colori fluorescenti che si illuminano a contatto con raggi di luce dello stesso colore. La totale oscurità di scena e sala contribuirebbe alla riuscita della magia, un incantesimo in base a cui gli attori altro non sarebbero che dei meccanismi invisibili, quasi dei burattinai, all’interno di una scatola buia in cui si può percepire solo quello che si il regista ha prestabilito debba essere percepito, occultando, invece, e questa è la vera magia, tutta quella materia ugualmente viva ed in movimento che sorregge gli elementi visibili e ne rende possibile il movimento.

Praga è sempre stata considerata la capitale del teatro della luce nera dove gli spettacoli si sono evoluti diventando una peculiarità e caratterizzandosi in maniera precisa, diventando un punto di riferimento per questo genere di messinscena. In realtà il principio della scatola magica era stato utilizzato anche nel cinema delle origini da registi come Gerorge Melies e poi da Stanislavskij a teatro come trucco scenico per generare la scomparsa di attori o l’apparizione improvvisa di elementi, in seguito, con le ricerche avanguardistiche della seconda metà del XX secolo, invece, soprattutto nel territorio ceco, lo spettacolo al buio si è evoluto inserendo la danza moderna e la recitazione non verbale. È una forma di spettacolo che punta tutto sulla giocosità, l’illusione e l’umorismo. A Praga un grande riferimento sperimentale è Image theatre di Eva Asterova (ex ballerina ceca ha rafforzato le peculiarità del teatro nero lavorando sul connubio danza/musica), mentre il teatro più rinomato oggi per questo tipo di spettacoli è l’HILT di Praga, dove il regista Theodor Hoidekr sembra sia stato il primo ad utilizzare il canto dal vivo. Provenendo dal mondo della danza, poiché ex ballerino anche lui, Hoidekr valorizza, oltremodo, i movimenti sinuosi degli attori che vestiti con abiti fluo, su cui, spesso, sono disegnati solo dei bordi, riproducono forme ingannevoli e visivamente sbalorditive mentre in alcuni momenti dello spettacolo l’uso di teli retroilluminati genera un gioco d’ombre da cui si materializzano gli attori. Gli spettacoli del teatro nero si caratterizzano, oggi, per l’improvvisa apparizione degli attori dinanzi agli spettatori, per il fluttuare degli oggetti e dei corpi senza un evidente supporto. L’illuminazione che si adopera negli spettacoli moderni è costituita da luci UV molto potenti e la posizione di questi illuminatori è ben calibrata per far sì che gli attori nel loro raggio di movimento fisico possano essere resi visibili senza alcuna zona d’ombra, cosa che, per realizzarsi necessita di un’accurata preparazione dei movimenti degli stessi, onde evitare che il minimo movimento in eccesso possa apparire sgradevole nel disegno visivo prestabilito. Non essendo un teatro di parola ma essenzialmente di visione, si basa soprattutto sull’uso di elementi visivamente appariscenti come tute a led, artisti volanti, proiezioni video, uno spettacolo di grande fruibilità che unisce il grande spettacolo d’illusione con l’arte della visione, una magia in cui la luce è pur sempre determinante, in questo caso non come linguaggio autonomo che contribuisca all’ espressività della scena ma come elemento essenziale che decreti cosa è dato vedere e cosa no.

ARTICOLO DI KATIA MANIELLO

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